Il ghiacciaio nel castello

Il ghiacciaio nel castello

La mostra di Cecilia Vicuña meta di un percorso in equilibrio tra passato e presente

Domenica 13 settembre è stata davvero una giornata particolare: per quello che abbiamo visto, ascoltato, capito (forse). Perché siamo andati incontro a una grande quantità di informazioni e sensazioni rischiando di rimanere spiazzati, è stato necessario un po’ di tempo per tirare le fila e mettere in ordine i pensieri.

Prima di arrivare alla meta finale del nostro cammino, il Castello di Rivoli, dove ci attendeva la prima mostra personale in un museo italiano dell’artista, attivista e poetessa cilena Cecilia Vicuña, siamo andati a curiosare dentro alcuni spazi culturali di Rivoli, testimonianze di un passato recuperato, ripensato e oggi proiettato nel futuro.

La Torre della Filanda si trova in pieno centro storico, sulla strada che conduce al Castello e rappresenta una delle più importanti testimonianze architettoniche del periodo medievale di Rivoli: risalente al XIII secolo, costruita come fortificazione a scopo difensivo e trasformatasi nel 1800 in edificio parte di un complesso industriale tessile, la Filatura Gorrena, dopo un periodo di abbandono e di incuria è stata restaurata, mantenendo il più possibile le murature originarie. Restituita alla comunità nel 2000, oggi è una struttura moderna, efficiente e viva che si sviluppa su tre piani e ospita eventi culturali, mostre d’arte, presentazioni di libri. Proseguendo nel cammino ci siamo fermati a Villa Antonielli, dimora storica circondata da uno spettacolare parco secolare: un tempo residenza nobiliare, oggi apre le sue porte al pubblico ospitando tour narrati, laboratori, eventi e workshop.

Agganciandoci a queste sovrapposizioni spaziotemporali, ci viene quasi da pensare che per Cecilia Vicuña presentare El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso) al Museo di Arte Contemporanea al Castello di Rivoli sia stata una sorta di rilettura del passato in prospettiva futura: abbraccia l’arte giovanissima cimentandosi con le arti visive, sperimentando sculture, utilizzando materiali naturali e quando decide di dedicarsi alla poesia inizia il suo rapporto personale con Torino e dintorni, arrivando nella nostra città quando Einaudi nel 1972 pubblica alcuni dei suoi scritti nella raccolta Giovani poeti sudamericani. Ben 28 anni dopo torna in contatto con il nostro territorio, quando è a Rivoli per una mostra collettiva alla Casa del Conte Verde: in questa occasione può rendersi conto dello sviluppo che sta avendo nel nostro paese l’arte povera e di quanto questa filosofia segua gli stessi principi da lei adottati molti anni prima con la sua Arte Precaria, legata al flusso naturale degli eventi, atmosferici e naturali.

El glaciar ido utilizza il quipu (nodo in lingua quechua), materiale antico della cultura andina: una corda principale orizzontale in fibre naturali alla quale venivano fissate corde e cordicelle verticali a loro volta intrecciate e annodate per registrare scambi commerciali, censimenti di villaggi, dati demografici, raccolti, organizzazione di cerimonie, costruzione di strade. Con la conquista da parte degli spagnoli nel Cinquecento i quipu sono etichettati come oggetti pagani e blasfemi e ne viene vietata la produzione: per questo motivo ne sono rimasti pochi, conservati soprattutto a Santiago del Cile e Vicuña li utilizza ancora oggi per rivendicare la propria identità e le proprie radici.

L’opera che presenta a Rivoli manca dell’elemento del nodo, la lana grezza è appoggiata su una struttura di bambù per restituire l’immagine di un ghiacciaio che si sta sciogliendo e trascina con sé acqua e detriti. Sul muro a fianco la poesia Il quipu addormentato, sia in spagnolo che in italiano, identifica questo materiale come strumento di ribellione e contemporaneamente pone l’accento sul risveglio della natura.

È un progetto che pesca nel passato ma parla di presente, dell’epoca attuale segnata dai cambiamenti climatici e in cui i ghiacciai sono in sofferenza, che contemporaneamente non manca di ricordare il vissuto tragico del paese di origine dell’artista, con il concetto di sparizione che richiama anche il destino del desaparecidos vittime della dittatura cilena.

Molteplici livelli di interpretazione, diversi livelli di lettura: un percorso legato a tutto ciò che è fragile, dimenticato o nascosto, che racchiude però un forte valore artistico, etico e politico.

È necessario chiudere il racconto di questa giornata con dei ringraziamenti: a chi ci ha dato fiducia anche questa volta e si è unito a noi in questa esplorazione; al Museo di Arte Contemporanea e al Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli per aver progettato e realizzato insieme a noi questo appuntamento speciale; alle Artenaute per averci guidato nella scoperta e nella comprensione dell’opera di Cecilia Vicuña; alla Torre della Filanda e Villa Antonielli per averci aperto le loro porte; ultima ma non ultima, a Elsa – Lost in Turin per la sua indispensabile presenza.

Continuate a seguire la nostra pagina Instagram, presto torneremo da queste parti…. To be continued.