Frammenti raccoglie piccoli pezzi sparsi di quella ricerca che ci porta a esplorare, conoscere, incontrare e cercare di capire ciò che ci circonda. Questo è il primo frammento, buona lettura.
Se non tutti, buona parte dei torinesi ha (almeno) un borgo ligure marino nel cuore. Finale Ligure, Ceriale, Cervo, Loano. Per tradizione familiare, per il ricordo dei primi viaggi con gli amici durante l’adolescenza, per le villeggiature con i nonni o per un giorno di vacanza con la prima fidanzata.
Ecco, il mio è per certo Finale Ligure. È un luogo a me caro, che sa di casa e di ricordi, perlopiù legati alla giovinezza e alle avventure di quell’età. Ogni volta, tornarci significa riassaporare profumi e fragranze conosciuti che sembrano non cambiare mai. Il solito campeggio, la focaccia al panificio, la frittura da prenotare entro una certa ora, il gelatino serale.
Passare qui almeno una notte ogni anno è diventato una sorta di rituale. Un modo per ritrovare luoghi e abitudini conosciute, ma anche per prendermi un po’ di tempo e fare il punto sull’andamento delle cose. Questa volta però, oltre alla notte in campeggio, ho programmato per il giorno seguente una visita in un luogo che da tempo desideravo vedere e che per un motivo o per un altro non ero ancora riuscito a visitare.

Ovviamente armato di focaccia, la mattina dopo mi sposto verso Albissola per visitare la casa-museo di Asger Jorn.
Per chi non lo conoscesse, stiamo parlando di uno dei fondatori, insieme a Guy Debord, dell’Internazionale Situazionista, movimento nato nel 1957 che definì la psicogeografia come lo «studio degli effetti precisi dell’ambiente geografico, disposto coscientemente o meno, che agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui».
Jorn è stato un pittore e scultore danese, etnoarcheologo, architetto e tra i fondatori del gruppo CO.BR.A, movimento artistico d’avanguardia europeo attivo dal 1948 al 1951, il cui nome è un acronimo che deriva dai nomi delle capitali di provenienza dei fondatori: Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam.
Nella sua casa-museo, quel giorno, ci sono perlopiù stranieri: danesi, olandesi, tedeschi. Sono l’unico italiano in visita quel pomeriggio.
La casa lascia senza parole: offre la possibilità di fare esperienza, con i propri occhi, di un ambiente naturale e architettonico partorito dalla libera immaginazione di uno degli artisti più importanti del Novecento. È un luogo incredibile, situato sulle alture di Albissola Marina, che si può raggiungere anche a piedi dal mare. La strada è molto ripida, ma con un po’ di pazienza in una quindicina di minuti ci si arriva.

Jorn arrivò ad Albissola nella primavera del 1954 e nel 1957 acquistò i due antichi edifici, oggi diventati museo, insieme al terreno circostante. La storia di questa diavoleria architettonica è contemporaneamente racconto di una forte amicizia: quella tra l’artista danese e Umberto Gambetta, detto “Berto”, che lo aiutò a ristrutturare e modificare l’ambiente secondo i principi della libera e spontanea immaginazione.
Quello che colpisce, entrando, è che qui non sembra esserci una vera distinzione tra arte, architettura e vita quotidiana. Tutto si mescola. I colori, le forme, i muri, le ceramiche, le sculture, le piante.

Ogni cosa sembra essere stata messa lì per stare insieme alle altre, senza troppo preoccuparsi delle regole e soprattutto senza quella necessità di separare ciò che è arte da ciò che arte non è.
È probabilmente questo il modo migliore per capire Jorn: per lui l’arte non doveva essere qualcosa da osservare a distanza, chiusa in una stanza o appesa a una parete. Doveva entrare nella vita, modificarla, renderla più libera e, possibilmente, anche un po’ più felice.
E così la casa è piena di colori vivaci, scalini imperfetti, pareti dipinte, mosaici costruiti con frammenti di ceramica e materiali di recupero. Il giardino continua esattamente nello stesso modo, quasi fosse un’estensione naturale della casa. Non c’è una linea precisa che separa l’edificio dal terreno, il lavoro dell’artista da quello della natura.
Jorn immaginava, decideva e disegnava. A Berto spettava invece il compito di trasformare quelle idee in qualcosa di concreto. Spianò il terreno, costruì i muretti per creare le terrazze, si occupò dell’orto, del frutteto e della vigna e modificò gli edifici insieme al danese, adattandoli alle esigenze sue e della sua famiglia. Giovanni Poggi, torniante della fabbrica San Giorgio dove Jorn lavorava la ceramica, fece invece arrivare un camion di piastrelle colorate dalle Ceramiche Artistiche di Santa Margherita Ligure per rivestire i pavimenti esterni.
È difficile non pensare che tutto questo sia nato da una grande libertà, ma anche da una grande capacità di divertirsi. Jorn amava la natura, gli animali, i bambini e gli amici. Il lavoro artistico e intellettuale, evidentemente, non era incompatibile con il vino, le cene, le feste e le lunghe giornate trascorse in compagnia. Anzi, sembrava farne parte.
È importante comprendere che la poesia non è soltanto qualcosa al di fuori dei bisogni essenziali della vita, ma che pane e vino sono poetici, che una casa è una poesia e una città è un ornamento, un prezioso gioiello.
Nello studio al piano superiore si teneva anche quella che è passata alla storia come la “festa della capra”: una festa organizzata da Jorn per celebrare la vendita di un’opera importante. Canti, balli, vino e carne di capra preparata dallo stesso artista. Del resto, osservando il giardino viene da pensare che Jorn avesse davvero provato a costruire un posto dove arte e vita potessero convivere senza troppe regole.

Nel 1974, dopo la sua morte, venne pubblicato Le Jardin d’Albisola, il libro che aveva fortemente voluto e che racconta attraverso le fotografie di Tito Topasio e i testi di Alberico Sala e Guy Debord la sua casa-giardino. La presenza di Debord non è casuale: il libro diventa così anche una sorta di ponte tra l’esperienza artistica di Jorn e quella situazionista, tra la natura, l’architettura e il modo di vivere lo spazio.
Jorn lasciò in eredità la casa al Comune di Albissola Marina con il desiderio che, dopo la morte di Berto Gambetta e Teresa Saettone, che secondo le disposizioni testamentarie di dell’artista danese continuarono a viverci, diventasse un museo e un luogo di riferimento per la comunità. A partire dal 2000 cominciò una complessa opera di restauro e musealizzazione, terminata nel 2014 con la riapertura del sito come Casa Museo Jorn.
Oggi è possibile entrarci e, per qualche ora, provare a vedere il mondo come lo vedeva Jorn. O almeno provarci.
Io, invece, esco dalla casa e torno verso il mare. Recupero dallo zaino la focaccia che mi ero portato al mattino e mi bevo un bicchiere di vino dedicandolo ad Asger Jorn e a quella sua idea così libera e gioiosa dell’arte e della vita.
E forse, a pensarci bene, non c’era modo migliore per concludere la giornata.